“La calda umanità di Anna Morroni” di Vittorio Sgarbi

Si è spesso detto che il critico compie un lavoro simile a quello dell’interprete, trasponendo il linguaggio dell’arte in lingua corrente, volgendo in discorsi compiuti intenzioni espressive che l’artista non sarebbe in grado di fare con altrettanta proprietà.
Un parallelo, quello fra critico e interprete, che forse può fare inorridire gli imbonitori fanatici della critica “demiurgica”, i “dulcamara” convinti di poter inventare dal nulla qualsiasi genio artistico e di trasformarlo in un grande businnes; ma come capita in letteratura, la traduzione è in realtà un compito delicatissimo in cui non basta affatto conoscere una lingua straniera, ma bisogna essere in grado di cogliere, trasporre e rispettare al meglio determinate volontà espressive di uno scrittore.
E se non esistessero i traduttori, gran parte dell’umanità sarebbe impedita di capire Dante, Shakespeare o Kafka.
In ciò il critico dovrebbe riconoscere la sua funzione principale: convertire l’arte in logos, discorso verbale, perché diventi riflessione, proposta, dibattito, cultura nel senso più vero del termine.
Se l’arte fosse solo ciò che si può vedere, senza dare troppa importanza a ciò che si può dire su di essa, sarebbe una cosa molto meno importante e interessante di quanto non sia.
Sarebbe una comunicazione semplicemente visiva, quando ogni vera arte è sempre l’insieme di due comunicazioni che stabiliscono un piano di continuità fra chi crea l’opera d’arte e chi la osserva.
C’è insomma, il linguaggio della disciplina artistica e quello verbale a commento di essa, perché ogni vera opera non si esaurisce solo in se stessa, ma in ciò che si pensa, si dice o si scrive sul suo conto.
Se un’opera non fa pensare, dire, scrivere, è probabile che valga poco.
Molto invece c’è da dire sull’opera di Anna Morroni, sulla sua poetica e intrinseca bellezza, che sfocia inevitabilmente in una metafora capace di trasmettere con grande intensità i dubbi che da sempre attanagliano l’uomo.
Figure solitarie si alternano a dipinti in cui invece ad emergere è la complessità del gruppo umano, come in una Babele in cui la comprensione sembra perduta per sempre.
Trapela dalle figure di Anna Morroni una sensazione di disagio, una tensione psicologica che ci conduce ad una distanza che non scioglie del tutto il mistero.
È come il ricordo di un sogno che si materializza davanti ai nostri occhi, rendendo congelate e quasi immobili le figure di picassiana ispirazione.
Anna Morroni nel suo fare arte si è cimentata in tutto, sperimentando senza tregua con la sua forza creatrice.
Leggende, miti, archetipi diventano per lei i compagni di un viaggiare senza sosta, alla scoperta di nuove terre e confini da superare.
È nei colori caldi, pastosi, stesi puri sulla tela, che la sua opera si completa, avvolgendo lo spettatore di calda umanità.

Vittorio Sgarbi

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