“La gnosi in pittura di Anna Morroni” di Giorgio Celli

Da sempre, e il discorso può venir considerato valido per l’arte in genere, esiste una pittura che racconta la pittura, e una pittura che, attraverso il racconto di sé, fabula d’altro.
Questo altro, per intenderci, non è affatto il contenuto dell’opera d’arte, perché allora il discorso risultarebbe superato e ingenuo, e riproporrebbe l’improponibile distinguo tra quel che l’opera vuol dire, e il come lo dice.
Penso, invece, che il racconto implicito, più che storia, o favola, sia metafora, non della pittura in quanto tale, ma di quella filosofia della vita dell’artista che ha determinato certe scelte estetiche, e di espressione.
Non c’è dubio che Anna Morroni non voglia chiudere il cerchio della pittura che ritrova se stessa, e riparte da capo in una interminabile tautologia, ma che ne faccia uno strumento di appropriazione e di conoscenza del mondo.
Le sue opere sono gremite di opere antropomorfe e percheé no?
Teomorfe, che, fin dal primo sguardo, si collocano per forza propria su di un piano che non esitiamo a definire gnostico.
Il suo racconto per immagini, la sua rappresentazione, sono una cosmologia, e quindi una narrazione delle origini e delle metamorfosi primeve dell’Universo, rivisitate con l’occhio di una ritrovata, e calcolata ingenuità, di chi contamini un affresco copto con una divagazione onirica di Shagall.
In tal senso, si ha l’impressione che la Morroni vagheggi di mettere in sintonia, e forse addirittura in coincidenza, la fabulazione mitologica, che è sempre racconto ab initio.
e il funambolismo del sogno, che si ostina a non-crescere e a giocare a Peter Pan.
Prese nel loro insieme, queste opere della Morroni, sembrano le illustrazioni chimeriche di un Vangelo apocrifo scomparso, o le allegorie in figura di un rotolo del Mar Morto, restituito alla storia da qualche archeologo eccentrico.
La vistosa deformazione delle figure che si allungano a volta celeste, o che si distendono ad alveo di antichi fiumi, il palpitare di volti, di occhi, di mani, potrebbero richiamare le suggestioni di un espressionismo filtrato negli alambicchi di surrealisti come Matta, o come Baj ma l’orizzonte, e il piano di lettura sono altrove.
Queste figure abitano piuttosto, malgrado l’immenso scarto cronologico, e il diverso lavoro sull’immagine, insieme alle illustrazioni a Dante di un William Blake.
Difatti con questo inventore di agghiaccianti simmetrie, la Morroni ha in comune l’intenzione visionaria, e il gusto per la sfida metafisica.
Sarebbe fin troppo facile, detto questo, chiamare in causa come mentore supremo Gustav Jung e mettersi a cercare nelle opere della nostra pittrice gli archetipi nascosti, o i frammenti di qualche operazione alchemica.
Divertente, ma fuorviante.
Si sconfinerebbe al di là della pittura per investire i canoni di una sorta di didattica dell’anima.
Più utile, visto che la Morroni dipinge, sottolineare lo spaesamento ironico, le composizioni a sorpresa, le citazioni multiple, che animano la grande Torre di Babele, lo Zigurath dei suoi quadri e dei suoi sogni.
Sarebbe errato pensare che la Morroni, così intensamente tentata dal mitologico, si ponga tuttavia come artista fuori del tempo.
Il suo ritorno costante alle origini, è anche una discesa alle sorgenti culturali del nostro secolo.
A riscoprire quel primitivo e quel bambimo, ambedue, per dir così, alla seconda potenza, che costituiscono i Dioscuri utopici dell’arte del novecento.
Per la Morroni, insomma, la memoria è una delle tante forme della chiaroveggenza.

Giorgio Celli
Critico d’Arte