“La purezza dell’armonia nella pittura di Anna Morroni” di Andrea Barretta

Di primo acchito nelle opere di Anna Morroni viene in mente la locuzione oraziana “ut pictura poesis”, e difatti un suo ciclo pittorico l’ha dedicato proprio alla poesia.
Poi s’evince la sua profonda conoscenza della storia dell’arte che ha insegnato e che ha fatto sua in rimandi senza repetita juvant ma acquisendone prassi nella misura in cui è giusto guardare alla bellezza nell’addensare una responsabilità mnemonica e allo stesso tempo allontanarsene in uno stile proprio.
La figura è uno dei temi che più troviamo nella sua pittura in una narrazione ermeneutica come attestazione dell’indagare per cambiare.
Così i riferimenti picassiani, l’estetica arcaica, l’astrazione, l’informale, il reinventare la linea che resta un suo principale motivo conduttore che associa a un sentimento, a un luogo, a un’idea a contorno fondante di motivazioni ed esperienze di una vita trascorsa tra lavoro e mondo da guardare, per un bagaglio cui attingere tra significati plurimi.
Sono immagini che cercano la parola, soprattutto nelle rappresentazioni al femminile che presenta in una sorta di defigurazione per nutrire messaggi emozionali di forte intensità nel deformare la prospettiva al fine di mutarne il punto di vista da cercare e per questo riflettere in modo lirico ma singolarmente universale, tant’è che se guardiamo al contenuto, con un’ottica senza filtri, notiamo l’incontro con altre fughe in successioni di piani dove trovare il senso del plausibile oltre qualsiasi impianto figurativo.
Ne nasce un riferimento all’umanità che Morroni scava in paesaggi della memoria oppure in contorti arrotondamenti di mani e corpi in abbraccio pur mantenendo una grazia che s’espande nello spazio delle tele che coincide con la vita.
E resta il disegno come elemento costitutivo in ritmi che declinano un linguaggio fatto di colori ora tenui in un’ocra e grigi e terre sorprendenti in vibranti e sensuali corporeità, ora forti e plasmati capaci di formulare lampi e volumi d’energia di una ricerca che la premia sul lato di un’arte pregna talvolta di una drammaticità che ben ottimizza in una resa coloristica e non solo.
Eclettica la nostra autrice, lo sappiamo, giacché sue sono anche grafiche, mosaici, tessiture, ceramiche e fino all’arte digitale, ma è la sua pittura quella che interpreta la tentazione della tradizione in spessori materici come l’urlo nero di Quasimodo per una “madre che andava incontro al figlio/crocifisso sul palo del telegrafo”, e che ci riporta a quell’aspetto sociale pure presente a manifestare la sua e la nostra libertà in una tempesta globalizzata.
Ed ecco l’inquietudine in tecniche miste gestuali ed espressioniste, immortali nel catturare l’essenza senza tempo, nel silenzio che parla quasi malinconico tra luci nascoste che irradiano scene reali trasformate su un piano simbolico che ad un primo sguardo non vediamo ma che c’è e dobbiamo soffermarci per apprezzarne il messaggio, per cercarne interazioni e rivelarne quanto possono nascondere nella dicotomia del guardare e vedere, tra immanenza e trascendenza, che attraversiamo ogni giorno nell’indifferenza.
Eppure c’è ancora una speranza direbbe persino Leopardi e Anna Morroni ne dà un esempio, pur in una disumanizzazione non ancora giunta al tramonto.
Un itinerario visivo come un diario, in pagine che richiamano le scomposizioni e ricomposizioni del cubismo, a documentare la ricerca che è determinante nell’ambito dell’intero percorso dell’artista cui non manca la sperimentazione come innovazione nell’introdurre fisicità culturali all’interno di un linguaggio creativo.
Così l’arte di Morroni si fa protagonista e interprete di un postmodernismo improntato sull’autonomia, in un rapporto d’attenzione con la quotidianità in una sorta di vasi comunicanti tra suggestioni formali nell’idealismo legato al progredire della società e superare l’individualismo che estremizza tutto, nella contemplazione indirizzata a esercizio della verità in una visione dalla portata eloquente tra colori puri e stesure di fondo con sfumature di tono su tono fino a raggiungere una trasparenza pittorica in passaggi semantici tra fantasia e creatività, che contengono qualcosa di eccezionale, a iniziare dal saper raffigurare un sentimento comune e straordinariamente inscindibile dalla propria esperienza esistenziale.
E si palesa un modello catartico e risolutivo nel potenziare il cromatismo che assume un aspetto osmotico con il soggetto; e i dettagli in un grafismo disegnativo, nell’aura che assegna nel ricostruire un mondo fecondo e indipendente dal materialismo, nell’inconscio che assembla e che – annotava De Chirico – “può fare coesistere in uno stesso dipinto elementi eterogenei, alcuni allucinati nell’apparenza verista, altri campiti geometricamente o descritti con segno illustrativo”.
Pertanto il percorso di Anna Morroni attraversa una sequenza di opere notevoli e crea un rapporto per mezzo della forma che proprio nel colore trova il suo collante.
Non solo.
Accosta la pittura d’espressione, colta e intellettuale, in un dibattito tra filosofia e letteratura, con un’inversione di tendenza rispetto all’orizzonte culturale contemporaneo, e l’intento è per un’arte che andrebbe reinterpretata per declinare occasioni d’incontro, in un contesto alle prese con la normalità delle cose nella particolarità di svelare per immagini.
E nella maturità artistica la spontaneità di Morroni sta nella ricerca volumetrica di superfici, nell’euritmia di evoluzioni e appartenenze non sovrapponibili di matrici compositive nella ricapitolazione dell’arte nell’arte, e sondarne gli stati d’animo per rappresentare la vita nella mimesi argomentata da Aristotele.
Nel processo di smembrare una parte da un tutto, e la rappresentazione figurativa riconoscibile in una esemplificazione estetica dell’antropocentrismo tra emancipazione e istinto, nel canovaccio di una purezza dell’armonia come significante dello stupore.

Andrea Barretta
Critico d’Arte